Prevenzione: il nutrizionista, gli isoflavoni ed il cancro al seno

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“il nutrizionista” concentra ancor di più la sua attenzione sui risultati sperimentali di numerosi studi che vogliano relazionere il consumo di soia ed il cancro al seno. I tumori a base ormonale, come quelli al seno e alla prostata, rappresentano la principale causa di morte per cancro in Occidente, mentre questi tipi di tumore sono molto più rari in Oriente.

L’onnipresenza della soia nell’alimentazione asiatica e la sua quasi assenza in quella dei Paesi occidentali  potrebbe giustificare le enormi differenze nell’incidenza di queste forme tumorali tra le popolazioni orientali e quelle occidentali, le quali potrebbero essere attribuite alla capacità degli isoflavoni, come la genisteina, di ridurre la reazione agli ormoni e quindi la loro capacità di stimolare in modo troppo pronunciato la crescita delle cellule del tessuto bersaglio.

 

GLI ISOFLAVONI E IL CANCRO AL SENO

A oggi, sono stati svolti quattordici studi epidemiologici per esaminare la relazione tra l’apporto di soia nel regime alimentare e il rischio di sviluppare il cancro al seno.

La relazione tra l’incidenza dei tumori al seno e il consumo di soia è stato suggerito per la prima volta a seguito dei risultati di uno studio effettuato a Singapore, dove le donne in premenopausa che consumavano grandi quantità di soia (55 g o più al giorno) avevano un rischio di due volte inferiore di sviluppare un cancro al seno rispetto a coloro che ne consumano quotidianamente solo 20 g.

Ulteriori dati raccolti successivamente sembrano confermare il ruolo protettivo svolto dalla soia nello sviluppo del tumore al seno. Altri studi realizzati a Shangai, in Giappone e negli Stati Uniti hanno confermato che il consumo di soia è legato a un ridotto rischio di tumore al seno.

Recentemente, un’ampia indagine effettuata lungo un periodo di 10 anni in Giappone su 21.852 donne ha rivelato che il consumo quotidiano di zuppa di miso e un apporto di isoflavoni pari a 25 g al giorno sono  associati a una forte riduzione del rischio di sviluppare questo tumore.

Al contrario, uno studio californiano condotto su 111.526 donne non ha evidenziato alcuna relazione tra l’apporto di soia e il rischio di sviluppare un tumore al seno, risultati analoghi a quelli di altri tre studi svolti su scala minore.

Che conclusione trarre da dati così contraddittori?

In primo luogo, è importante sottolineare che, in molti studi dove il consumo di soia non è stato associato a una riduzione del rischio di tumore, l’apporto di isoflavoni era notevolmente basso.

Per esempio, in uno studio realizzato a San Francisco su donne non asiatiche, l’apporto di soia quotidiana di isoflavoni era di soli 3 mg, ed era basato principalmente su isoflavoni derivati da proteine di soia aggiunte a prodotti industriali.

Solo il 10% del campione consumava miso o tofu più di una volta al mese, in confronto alle tre volte al giorno delle giapponesi, che hanno un rischio molto inferiore di sviluppare la malattia!

In effetti, il contenuto di isoflavoni nel gruppo con l’apporto di soia più elevato nello studio californiano (3 mg al giorno) è due volte inferiore rispetto al gruppo con l’apporto più basso nello studio giapponese che abbiamo menzionato in precedenza, per il quale non è stato osservato alcun effetto protettivo da parte della soia.

È quindi probabile che sia necessario superare una certa soglia nel consumo di soia per provocare una riduzione del rischio, poiché in tutti gli studi che suggeriscono un ruolo protettivo della soia venivano assunte quantità di isoflavoni superiori a 25 mg.

In secondo luogo, sembra che un fattore chiave in grado di influenzare l’incidenza di cancro al seno sia l’età in cui l’apporto alimentare di soia comincia. In effetti, quando gli studi vanno a verificare il rischio di sviluppare questa malattia considerando il consumo di soia nel periodo prepuberale e adolescenziale, emerge una forte relazione tra un basso tasso nel numero di tumori e l’apporto di soia fin dalla tenera età.

Questo consumo precoce di soia sembra essere molto importante, perché la protezione antitumorale continua a farsi sentire anche più avanti, con l’età, anche nelle donne in cui il consumo di soia diminuisce con l’età adulta.

Per esempio, se le giapponesi emigrate in America hanno un rischio di sviluppare un tumore al seno sensibilmente inferiore rispetto alle native americane, è stato chiaramente dimostrato che questo rischio è molto inferiore se l’immigrazione è avvenuta tardivamente.

In altre parole, più è lungo il periodo in cui queste donne sono state in contatto con un’alimentazione dove la soia riveste un ruolo importante, minore è il rischio di sviluppare il cancro al seno, anche se le abitudini alimentari di queste donne si sono modificate in età adulta.

Queste osservazioni concordano perfettamente con alcuni risultati ottenuti in laboratorio, dove i topi alimentati con una dieta ricca di soia prima della pubertà diventano più resistenti a una sostanza cancerogena che porta alla formazione di un tumore al seno, rispetto ai topi alimentati con soia solo in età adulta.

Il consumo di soia in tenera età, e soprattutto durante la pubertà, potrebbe dunque confermarsi cruciale a fini antitumorali.

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