“il nutrizionista” consiglia, rimedi naturali: le origini dei fiori di Bach

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Questo metodo naturale, noto oggi a tutti come “fiori di Bach”, prende il nome dal medico inglese Edward Bach. Nato nel Galles, Bach crebbe in campagna e questo gli diede modo di entrare rapidamente in contatto con l’armonia della natura; non gli fu difficile prima intuire e poi sperimentare il potere terapeutico delle piante, non solo sul corpo ma anche sulla psiche.

Egli intuì, infatti, che i rimedi a base di piante, erbe e fiori non si limitano a un lavoro di riequilibrio dell’organo malato, ma agiscono anche a un livello più sottile e profondo, modificando il disagio psicologico della persona, veicolo impercettibile della malattia del corpo.

Grazie al suo amore per la natura e alla sua straordinaria sensibilità, egli comprese un dato fondamentale: i regni naturali sono solo apparentemente separati.

La cosa dovrebbe apparire ovvia, visto che da sempre la farmacopea impiega per curarci sostanze provenienti sia dal regno minerale che da quello vegetale e animale, il che non sarebbe possibile senza un’analogia funzionale di base.

Ed è noto che, nello sviluppo evolutivo, ogni forma vivente riassume quelle che la precedono, le porta dentro di sé, organizzate in forma sempre più complesse e sofisticate.

Questo fatto era ben presente nei tempi passati: non soltanto la mitologia è ricca di personaggi che entrano ed escono continuamente dal mondo vegetale, ma anche tutti i momenti fondamentali della vita del singolo e della collettività sono accompagnati da una presenza, da una testimonianza vegetale.

Tale sorta di “eco” analogia, non solo sottolinea le forze in gioco, ma completa con la sua presenza il quadro naturale di riferimento, chiudendo il cerchio.

Anche noi, tutto sommato, abbiamo sedimentato da qualche parte, inconsciamente, una traccia dell’antica unità analogica tra l’essenza vegetale e l’essenza umana, ma l’abbiamo parecchio degradata.

Stiamo facendo alle piante quello cha facciamo agli animale e agli umani: manipolazioni genetiche , trapianti…perché abbiamo una visione utilitaristica del rapporto con la vita, non una visione funzionale.

Forse per questo la nostra epoca assiste a un “fiorire”sempre più precoce di malattie degenerative, di alterazioni delle funzioni.

Il punto è che le piante sono sulla terra da molto più tempo di noi, da milioni di anni prima di noi, e prima di noi hanno svolto determinate funzioni, a un livello più vicino alla terra, all’energia primaria che le sottende.

Sappiamo che in tutto ciò che è vivo, vegetali, animali, uomo, la cellula è l’organismo minimo di base e, con minime variazioni, funziona allo stesso modo in tutti gli organismi viventi, abbiamo tutti un DNA, esprimiamo tutti le stesse funzioni.

Quindi, quando entriamo in contatto con una pianta, qualcosa della sua funzione primaria entra in contatto con la nostra funzione analoga, più elaborata, più articolata, ma pur sempre la stessa funzione.

Poiché il fiore, come organo sessuale, contiene in sé l’identità dell’intera pianta, racchiusa nelle cellule staminali che portano l’informazione riproduttiva, quando ne incontriamo uno ci troviamo i fronte a un’identità funzionale, ed entra in risonanza dentro di noi quella nostra parte antica (vale a dire la funzione filogenetica) che quello specifico fiore incarna.

L’identità funzionale del fiore è si meno evoluta e più primitiva, ma proprio per questo  motivo è più energetica, perché meno sovrastrutturata, meno articolata di quella che portiamo dentro di noi.

Essa è più potente, perché più vicina all’inizio, più antica ed essendo più prossima al momento in cui la funzione ha cominciato a svilupparsi, è più “carica”.

Anche il seme, naturalmente, porta l’informazione genetica della pianta, come del resto tutte le sue cellule, ma nel seme la funzione si è già “incarnata”, ha già preso la sua direzione vegetale, materiale.

Nel fiore, invece, c’è la massima espressione in potenza della funzione, la massima vibrazione energetica.

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